Al centro una prateria, ma gli elettori del Pd sono pronti per Renzi?
E' presto per dire se e quanto Matteo Renzi riuscirà a svecchiare la politica italiana almeno nel suo campo, il centrosinistra. Diciamo che i timidi precedenti inducono a propendere per un certo pessimismo. Esiste un'alta probabilità che il Pd sia semplicemente irriformabile. Si è dimostrato un abile comunicatore, si è dato il profilo del rottamatore, ed era relativamente facile considerando il panorama di cariatidi che ha intorno, ma ora di fronte a lui c'è la sfida più difficile. di Federico Punzi - JimMomo
7 AGO 20

E' presto per dire se e quanto Matteo Renzi riuscirà a svecchiare la politica italiana almeno nel suo campo, il centrosinistra. Diciamo che i timidi precedenti inducono a propendere per un certo pessimismo. Esiste un'alta probabilità che il Pd sia semplicemente irriformabile. Si è dimostrato un abile comunicatore, si è dato il profilo del rottamatore, ed era relativamente facile considerando il panorama di cariatidi che ha intorno, ma ora di fronte a lui c'è la sfida più difficile. Quella dei contenuti, della sua credibilità come “commander-in-chief” del paese. E' già amministratore di un'importante città come Firenze, per cui non parte proprio da zero, come altri suoi colleghi “giovani” dalle velleità innovatrici.
Sono prematuri i paragoni con Blair e Clinton, ma a Verona Renzi ha dato un assaggio di una certa sostanza politica. Il suo approccio moderno sul tema fiscale, sul mercato del lavoro, e in generale sul ruolo dello Stato e la natura della crisi, può certamente attirare per lo meno l'interesse di un elettorato tradizionalmente non di sinistra e dei ceti produttivi. Non pensiamo agli elettori del Pdl, berlusconiani, che ad oggi secondo i sondaggi sarebbero il 18-20%. Sta qui la stupidità di quanti rimproverano a Renzi di cercare i voti del “nemico”: non considerare che milioni di elettori (un altro 18-20%), che probabilmente non hanno mai votato Pd, sono senza “patria” e si stanno guardando intorno. Alla fine voteranno, perché quando si tratta delle elezioni politiche non c'è disgusto per la politica che tenga, ma voteranno solo chi offrirà loro sufficienti garanzie di poter impedire l'arrivo a Palazzo Chigi di Bersani con i referendum di Vendola, le idee di Fassina e Damiano, e i veti della Cgil. Il momento quindi per Renzi è propizio, perché almeno una parte di questi elettori, che a tutt'oggi non hanno ancora un riferimento credibile nell'area di centrodestra, potrebbe prendere in considerazione di dargli una mano alle primarie.
Ma se il dramma degli elettori di centrodestra è la loro classe dirigente, che non ha mantenuto le promesse ed ora è del tutto screditata dagli scandali, quello degli elettori di sinistra è la mentalità retriva della maggior parte di essi, che vorrebbero nuovi leader, ma che per tenersi le vecchie idee e trionfare con quelle, quasi per un moto di rivalsa sui verdetti della storia, preferiscono tenersi Bersani. Il vero sforzo di rinnovamento, dunque, è richiesto agli elettori del Pd, che con Renzi non sono chiamati solo a rottamare i vecchi leader, ma anche vecchie idee con le quali ancora si illudono che si possa governare un paese come l'Italia nel 2013.
Prima di Renzi anche il Veltroni del Lingotto, sebbene con i suoi “ma anche”, aveva tentato di rinnovare la proposta del Pd, e quasi non gli riusciva. Da una parte, la sua storia personale lo aveva aiutato a conquistare la fiducia della base tradizionale del suo partito e a drenare voti dalla sinistra radicale, dall'altra lo ha reso non votabile da chi non aveva mai votato a sinistra. Dunque, era riuscito ad ottenere il massimo di mobilitazione nel suo campo (il 34%), ma non a sfondare al centro. Renzi ha il problema opposto. Proprio per la sua biografia, perché politicamente non nasce nel Pci o nella Dc, ma nella II Repubblica, ha tutte le potenzialità di “sfondare” al centro, ma è destinato a incontrare molte resistenze, forse fatali, tra gli elettori del Pd, che non lo sentono come “uno dei nostri”.
La vittoria di Renzi alle primarie resta improbabile, ma sarebbe un cataclisma. Alla sua destra troverebbe una prateria, ma i suoi lo seguirebbero? La forza di Renzi, però, è che può permettersi di perderle le primarie. E se, come probabile, Bersani non dovesse riuscire a coronare il suo sogno, troverebbe nel Pd qualcuno in più disposto a rompere col passato socialdemocratico e a seguirlo. Il tempo gioca a suo favore e il tentativo di uscire dal recinto del tradizionale elettorato di centrosinistra rappresenta di per sé una novità di rilievo.
Sono prematuri i paragoni con Blair e Clinton, ma a Verona Renzi ha dato un assaggio di una certa sostanza politica. Il suo approccio moderno sul tema fiscale, sul mercato del lavoro, e in generale sul ruolo dello Stato e la natura della crisi, può certamente attirare per lo meno l'interesse di un elettorato tradizionalmente non di sinistra e dei ceti produttivi. Non pensiamo agli elettori del Pdl, berlusconiani, che ad oggi secondo i sondaggi sarebbero il 18-20%. Sta qui la stupidità di quanti rimproverano a Renzi di cercare i voti del “nemico”: non considerare che milioni di elettori (un altro 18-20%), che probabilmente non hanno mai votato Pd, sono senza “patria” e si stanno guardando intorno. Alla fine voteranno, perché quando si tratta delle elezioni politiche non c'è disgusto per la politica che tenga, ma voteranno solo chi offrirà loro sufficienti garanzie di poter impedire l'arrivo a Palazzo Chigi di Bersani con i referendum di Vendola, le idee di Fassina e Damiano, e i veti della Cgil. Il momento quindi per Renzi è propizio, perché almeno una parte di questi elettori, che a tutt'oggi non hanno ancora un riferimento credibile nell'area di centrodestra, potrebbe prendere in considerazione di dargli una mano alle primarie.
Ma se il dramma degli elettori di centrodestra è la loro classe dirigente, che non ha mantenuto le promesse ed ora è del tutto screditata dagli scandali, quello degli elettori di sinistra è la mentalità retriva della maggior parte di essi, che vorrebbero nuovi leader, ma che per tenersi le vecchie idee e trionfare con quelle, quasi per un moto di rivalsa sui verdetti della storia, preferiscono tenersi Bersani. Il vero sforzo di rinnovamento, dunque, è richiesto agli elettori del Pd, che con Renzi non sono chiamati solo a rottamare i vecchi leader, ma anche vecchie idee con le quali ancora si illudono che si possa governare un paese come l'Italia nel 2013.
Prima di Renzi anche il Veltroni del Lingotto, sebbene con i suoi “ma anche”, aveva tentato di rinnovare la proposta del Pd, e quasi non gli riusciva. Da una parte, la sua storia personale lo aveva aiutato a conquistare la fiducia della base tradizionale del suo partito e a drenare voti dalla sinistra radicale, dall'altra lo ha reso non votabile da chi non aveva mai votato a sinistra. Dunque, era riuscito ad ottenere il massimo di mobilitazione nel suo campo (il 34%), ma non a sfondare al centro. Renzi ha il problema opposto. Proprio per la sua biografia, perché politicamente non nasce nel Pci o nella Dc, ma nella II Repubblica, ha tutte le potenzialità di “sfondare” al centro, ma è destinato a incontrare molte resistenze, forse fatali, tra gli elettori del Pd, che non lo sentono come “uno dei nostri”.
La vittoria di Renzi alle primarie resta improbabile, ma sarebbe un cataclisma. Alla sua destra troverebbe una prateria, ma i suoi lo seguirebbero? La forza di Renzi, però, è che può permettersi di perderle le primarie. E se, come probabile, Bersani non dovesse riuscire a coronare il suo sogno, troverebbe nel Pd qualcuno in più disposto a rompere col passato socialdemocratico e a seguirlo. Il tempo gioca a suo favore e il tentativo di uscire dal recinto del tradizionale elettorato di centrosinistra rappresenta di per sé una novità di rilievo.
di Federico Punzi - JimMomo